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Il dolore nel bambino tra miti e realtà

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Nel bambino, ancor più se neonato o pretermine, il dolore è stato spesso sottodiagnosticato e, di conseguenza, non adeguatamente trattato. Complici di questa situazione le limitate capacità comunicative dei piccoli pazienti e numerosi falsi miti che hanno, soprattutto in passato, condizionato un corretto approccio alla sintomatologia dolorosa in età pediatrica. Nel corso degli ultimi 30 anni, la ricerca clinica ha permesso di sfatare diverse credenze circa il dolore nel bambino, permettendo un approccio migliore anche in questa fascia d'età. Oggi, per esempio, sappiamo che anche i bambini più piccoli provano dolore dal momento che diversi studi hanno confermato che già dalla 24a settimana di gestazione il neonato ha delle percezioni correlabili al dolore. ╚ stato, inoltre, scoperto che più i bambini sono piccoli, più è difficile per loro tollerare il dolore perché il loro sistema nervoso è immaturo e non ancora in grado di modulare gli stimoli dolorosi. Altro mito sfatato è quello per cui si è sempre sostenuto che i bambini non siano in grado di ricordare il dolore; al contrario è stato dimostrato che anche i neonati hanno una capacità di memorizzare le esperienze dolorose e che i bambini sottoposti a ricorrenti stimoli dolorosi non solo ne hanno memoria, ma possono anche sviluppare instabilità emotiva e incapacità a tollerare il dolore benché di minima entità.

Sulla base di queste scoperte, di numerose nuove evidenze scientifiche relative alle diverse classi di farmaci e al fine di tutelare anche i pazienti più piccoli, la Legge 38/2010 relativa alle "Disposizioni per garantire l'accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore" impone che le strutture sanitarie che erogano terapia del dolore e cure palliative siano attrezzate per assicurare un programma di cura adeguato ai pazienti pediatrici. Per impostare le migliore strategia terapeutica, il medico deve poter raccogliere quante più informazioni possibili sul dolore provato, consentendo ai genitori o al bambino, quando possibile, di narrare l'esperienza vissuta. Il medico oggi dispone di diversi strumenti per condurre una valutazione che sia la più accurata possibile. Innanzi tutto è fondamentale il momento dell'anamnesi, durante il quale attraverso domande rivolte al bambino, se fattibile per età e patologia, e/o ai genitori è possibile capire le precedenti esperienze dolorose, lo stato clinico attuale, le modificazioni della qualità di vita causate dal dolore (per es. sul sonno, il gioco, l'alimentazione ecc.), ma anche la situazione affettiva e familiare. In relazione a diversi fattori quali l'età del bambino, le capacità comunicative e la situazione clinica, il medico sceglie, quindi, lo strumento più adatto per una valutazione oggettiva, ovvero condotta dai genitori e dagli operatori sanitari, o soggettiva del dolore, cioè fatta dal bambino stesso attraverso l'utilizzo di scale adatte per l'età, come la scala delle faccette di Wong-Baker o la scala numerica.

Una volta raccolte tutte le informazioni, il medico può impostare la migliore strategia terapeutica che, secondo quanto stabilito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, deve basarsi sulle caratteristiche e sull'entità del dolore stesso. Oltre a tenere conto della natura del dolore e delle condizioni cliniche del paziente, il medico deve considerare la durata del trattamento e la via di somministrazione del farmaco che, quando possibile, deve essere la più efficace e meno dolorosa (quasi sempre la via orale). Infine, in tutti i casi è fondamentale che il programma terapeutico venga presentato in modo chiaro ai genitori, ma anche al bambino quando ci sono i presupposti, così da favorire una collaborazione attiva e permettere una migliore gestione della terapia.


Fonti

  • Benini F, et al. Dolore in pediatria: miti e verità. Area Pediatrica 2014;15(4):161-72.
  • Ramira ML, et al. Pediatric pain management: an evidence-based approach. Pediatr Nurs 2016;42(1):39-46.


Pubblicato il 15 febbraio 2017




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